
Il Presidente Pertini, nei primi anni 80, soggiornava talvolta d’inverno presso il Centro Carabinieri Addestramento Alpino di Selva di val Gardena. Spostandosi nella valle, ebbe modo di notare – presso la vicina località di Santa Cristina – uno strano gruppo di baracche tipo“Morteo” sul quale garriva il Tricolore.
Incuriosito, volle conoscerne il motivo e così seppe che si trattava di una base militare per attività sci-alpinistiche utilizzata dalla Compagnia #Alpini #Paracadutisti .
La cosa lo stupì poiché non aveva cognizione dell’esistenza di quel nuovo genere di Alpini e, quindi, volle visitarli.
Così. un giorno – con breve preavviso – arrivò, scortato dal Colonnello del Centro Carabinieri di Selva e fu ricevuto con gli onori militari di rito dal comandante della compagnia – l’allora Capitano Fausto Macor – presenti il Generale Gavazza, comandante del 4° Corpo d’Armata Alpino ed il sottoscritto in funzione di sottocapo di SM dello stesso e comandante di corpo del reparto.
Espresse subito l’intenzione di trattenersi per conoscere i vari aspetti del servizio di quei Soldati dalla doppia specialità, cosa che avvenne, in un clima di giovialità, dal mattino al pomeriggio inoltrato, compreso il pasto consumato nella mensa comune.
Quella rimpatriata militare lo indusse anche ad aprirsi all’onda dei ricordi delle esperienze vissute durante la grande guerra da sottotenente comandante di una sezione mitragliatrici Fiat mod. 14 sul Carso.
Al riguardo, chiese se quell’ arma fosse ancora in dotazione, perchè in tal caso, non avrebbe perso l’occasione “di ricordare ad Agnelli che non si possono fabbricare armi automatiche, a raffreddamento ad acqua, da impiegare dove la stessa manca, come sul Carso, sulla montagna innevata o nei deserti.”
La stessa rimostranza riferì d’aver rivolto agli austeri ufficiali che venivano ad ispezionare la sua sezione al fronte, arrivando a rappresentare loro che, per garantire la funzionalità dell’arma, era costretto a far sostituire il liquido naturale con altro di derivazione organica, ragion per cui ogni contributo esterno al reparto era gradito.
Durante il pranzo, avendo saputo che il Col. alpipar. Felice Macchia – del Cdo del C.A., presente anch’ egli per la circostanza – stava per lasciare il servizio attivo, volle salutarlo e ringraziarlo, secondo modalità inusitata: chiamandolo sè per abbracciarlo, lasciando quanto mai imbarazzato, sbalordito e commosso il giubilando.
Nel prosieguo, all’esterno, gli fu avanzata la proposta di lasciarsi fotografare in mezzo a tutta la compagnia, cui aderì di buon grado, togliendosi l’immancabile pipa dalla bocca, per un immagine divenuta d’importanza storica per i “Mai strac”.
Alla fine, nel pomeriggio avanzato, rivolse proprio a me il desiderio di giocare a carte, sfidando – con il Colonnello dei C.C. come partner – una coppia di avversari. Poiché la richiesta mi parve coinvolgente, precisai subito di essere completamente inesperto in qualsiasi forma di quella attività ludica. Ne ebbi uno sguardo contrariato, mentre fortunatamente, si proposero l’ufficiale medico ed un altro militare del reparto, ai quali il Presidente ritenne di significare, tra il serio ed il faceto, la sua imbattibilità – grazie alla pratica acquisita durante la lunga detenzione a Ventotene – per cui non avrebbe accettato l’onta di una eventule sconfitta, al punto che i due sarebbero incorsi in un trasferimento punitivo a Pantelleria.
Poi mi ingiunse di stargli accanto e di osservare bene per apprendere come si giocava. La partita iniziò e si protrasse per una serie di accanite mani di cui, confesso, nonostante tutta la mia attenzione, non afferrai gran cosa, se non che alla fine Pertini risultò perdente.
I due vincitori, con un mal celato sorriso di soddisfazione, cercarono di far intendere invano che avrebbero gradito molto un soggiorno punitivo nel mite clima mediterraneo dopo l’invernata di addestramento in corso. Ma la cosa ebbe fine lì, tra il freddo della val Gardena e l’artatamente gelido sorriso di commiato del Presidente che però, nel congedarsi, elogiò vivamente il reparto e dichiarò di aver fatto, grazie alla visita, una gradevole rimpatriata di gioventù.
A parte le scherzose amenità emerse durante la visita, vien da pensare che forse quella circostanza è stata la prima volta che un Capo dello Stato ha dedicato una sua intera giornata all’incontro – e in termini così informali, umani e pregnanti – con i Soldati di un’unità delle FFAA e l’ episodio appare tanto più eclatante, trattandosi di reparto di così piccolo livello e in un isolato distaccamento tra le montagne innevate.
Resta anche il fatto che, nonostante gli autorevoli moniti ed insegnamenti, il sottoscritto è rimasto comunque e sempre negato al gioco delle carte.
FONTE: Generale. Italico Cauteruccio



















