
In questa straordinaria Fotografia è ritratto Eugenio Baroni, di Taranto (Lecce), residente a Genova, 2 Medaglie d’Argento al Valor Militare durante la Grande Guerra, in una posa scultorea che consente di osservare sulla manica destra della giubba il distintivo d’onore per ferita. Esonerato dal servizio militare per un’imperfezione fisica, si sottopose ad un intervento chirurgico per partecipare volontariamente al conflitto, durante il quale combattè dapprima nel battaglione Val Chisone, 3° Reggimento Alpini, successivamente nel battaglione Monte Cervino, 4° Reggimento Alpini, ottenendo una Medaglia d’Argento al Valor Militare riassuntiva della sua partecipazione al conflitto, dalla Cengia Martini nel 1916 al Grappa nell’ottobre 1918 e una seconda Medaglia d’Argento al Valor Militare tra il 24 e il 31 ottobre 1918 a Col dell’Orso – Feltre in qualità di Tenente Comandante della 799°compagnia mitraglieri del battaglione Monte Cervino.
Fu uno scultore affermato che progettò il monumento – ossario sul monte San Michele del Carso (1920), che non venne eseguito e di cui restano il bozzetto e i gessi; realizzò numerose opere, tra le quali il monumento ad Emanuele Filiberto Duca d’Aosta in piazza Castello a Torino e alcune statue di atleti per il Foro
Italico di Roma.
Allievo di Scanzi all’Accademia Ligustica di Belle Arti di Genova, fu attratto sia dalla scultura di Rodin sia dal simbolismo di Leonardo Bistolfi, per giungere ben presto ad un singolare e personale espressionismo non scevro di elementi nordici. Molte sue opere furono realizzate per il cimitero monumentale di Staglieno, a Genova, città nella quale visse a lungo e nella quale morì.
All’interno della sua arte scultorea, la Tomba Grosso Bonnin dimostra il superamento, ma anche l’acquisizione, dell’influsso dei due maestri sopra citati.
Dopo la prima guerra mondiale, Baroni, che aveva partecipato come volontario al conflitto, dove ricevette la medaglia d’argento al valor militare per il suo coraggio sul monte Grappa, aveva maturato un profondo pessimismo nei confronti della guerra; per questo motivo si scontrò con l’avvento del fascismo e non poté realizzare la costruzione di un sacrario al fante che prefigurava, almeno nel progetto e nei bozzetti, anche una visione futurista, come la mitragliata, ovvero un fante posto in diverse posizioni che cade colpito a morte. Ricordiamo che per la sua validità di scultore, attestata dalla critica, vi fu, nel periodo, una sua mostra personale nel 1921 a Palazzo Venezia e gli fu dedicata un’intera sala alla Biennale di Venezia del 1926; fu per l’appunto in tale occasione che presentò i bozzetti per il Monumento al Fante.
Baroni è stato anche l’autore del celebre monumento dedicato alla spedizione dei Mille situato a Quarto dei Mille, solennemente inaugurato nel 1915 da Gabriele D’Annunzio, nel quale si possono individuare, pur nella possente compattezza strutturale, alcuni riferimenti al maestro Bistolfi, soprattutto per quanto riguarda la raffigurazione delle figure femminili di contorno relativamente ad alcuni aspetti del modellato. Tra il 1933 e il 1937 si svolse a Torino la lunga e travagliata vicenda del monumento ad Emanuele Filiberto Duca d’Aosta, ultima grande opera del Baroni che non poté portare a termine perché colto da morte, il cui concorso si concluse a favore di Baroni dopo un testa-a-testa con Arturo Martini. Previsto dapprima in Piazza Vittorio Veneto, venne infine realizzato in Piazza Castello sul retro di Palazzo Madama.
Medaglia d’Argento al Valor Militare:
“Pur essendo ammalato, tenne il comando della sua compagnia mitragliatrici in modo ammirevole sotto il violento bombardamento avversario. Travolto ed interrato per lo scoppio di una granata nemica che lo ferì e lo contuse, rinunziò ad entrare in luogo di cura, e rimase al suo posto di combattimento sino al termine dell’azione; esempio mirabile, di alte virtù militari
– Monte Grappa Col dell’Orso – Feltre, 24-31 ottobre 1918.
Medaglia d’Argento al Valor Militare
“Anima eletta, in due anni di guerra sempre in presenza del nemico, combattendo sulle Tofane, sull’Isonzo, sulla Bainsizza sfidò, con inalterabile serenità e fermezza, pericoli e disagi superiori alle sue forze fisiche, ma non al suo valore. Sul Grappa, nei giorni della suprema decisione dei destini della Patria, quantunque ammalato, tenne mirabilmente il comando della propria compagnia mitragliatrici sotto il violento e diuturno bombardamento nemico. Travolto dallo scoppio di una granata avversaria, che gravemente lo contuse, non volle entrare all’ospedale, ma tornò al suo posto di combattimento, ove rimase fino al termine dell’offensiva, costante esempio delle più elevate virtù militari.
– Cengia Martin, Bainsizza, Pasubio, Grappa, gennaio 1917 – 31 ottobre 1918



















