Colombi con le stellette, gli antenati dei droni

(di Gianluca Celentano) 22/11/21

L’esercito nella sua storia ha una lunga tradizione d’impiego dei fedeli amici animali. Incorporati con modalità simili a quelle previste per i soldati, hanno svolto un ruolo cruciale nella logistica e sui campi di battaglia. Basta ricordare il lavoro dei muli per le truppe Alpine o quello ancora attuale dei cavalli presso le batterie di artiglieria.

Tuttavia se l’evoluzione del trasporto e della tecnologia hanno escluso dal servizio operativo i grossi e robusti equidi, durante le cerimonie o per finalità di ippoterapia è ancor possibile ammirare i meravigliosi cavalli militari.

I Marines americani invece, hanno rivalorizzato muli e cavalli presso il Mountain Warfare Training Center in Sierra Nevada dove organizzano corsi di equitazione per le forze speciali. Il sergente maggiore Levi Stuart spiega perché li utilizzano: “Non hanno bisogno di affidarsi a strade, tecnologie o veicoli per andare ovunque devono andare”. (CBSNEWS)

Ma non dimentichiamo i cani che tutt’ora hanno un ruolo imprescindibile nell’esercito grazie alla loro capacità di individuare armi, munizioni, mine e ordigni esplosivi improvvisati.

C’è però un’altra tipologia animale in questo caso anticipatrice degli sms o, se preferite, dei moderni droni.

Colombigrammi e fotografie

La branca della zoologia militare non si ferma ai mammiferi, infatti anche gli uccelli si sono meritati l’onore al merito grazie all’antico impiego civile e militare che inizia addirittura 5000 anni fa.

In epoca “più recente” durante la 1° e 2a Guerra Mondiale, i colombi si sono distinti per la loro caratteristica di tornare al punto di partenza portando con sé importanti messaggi chiamati colombigrammi. L’esercito italiano aveva arruolato circa 10 mila colombi viaggiatori come alternativa alle possibili anomalie dei telegrafi.

Tra i piccioni porta messaggi spicca l’icona delle forze alleate, il colombo Paddy ampiamente impiegato durante lo sbarco in Normandia. Stando ai dati, il colombo dotato di una leggera imbracatura per contenere una sintesi dei dispacci, percorse 370 chilometri in cinque ore.

Il grande orientamento dei colombi viaggiatori, la capacità di raggiungere velocità di punta intorno ai 160 km/h e l’altezza di volo tale da renderli invisibili all’occhio umano sono state le potenzialità che hanno spinto la creazione di colombaie militari da dislocare sul fronte.

Anche l’Italia nel 1917 impiegò questi volatili allestendo nelle trincee delle gabbiette e dotando di una elettro-piastrina metallica il basamento su cui si posavano al rientro in modo da segnalare con un suono l’avvenuta missione.

Tra le imprese più memorabili va ricordato il contributo di un membro della colombaia di Cormons che trasportò la confessione di un prigioniero austriaco rivelatasi fondamentale per la presa dell’altopiano della Bainsizza.

Dalla colombaia di Udine partì invece il volatile che portò tempestivamente le allarmanti notizie dell’avanzata nemica su Caporetto.

I fedeli colombi erano anche fotografi, un ruolo oggi svolto dai droni. Fu Julius Neubronner nel 1907, ad avere l’intuizione di realizzare un sistema silenzioso per sorvolare il territorio nemico come alternativa ai ricognitori a motore facilmente intercettabili. Grazie a una micromacchina fotografica pettorale munita di uno scatto temporizzato sulla velocità media del volatile, l’obiettivo era in grado di scattare decine di foto aeree.

Oltre alle strutture fisse, esistevano le colombaie semoventi allestite su rimorchi o cassoni di autocarri militari, come l’esemplare custodito a Roma presso l’Istituto storico di cultura dell’Arma del Genio. Le colombaie potevano ospitare fino a 120 volatili, erano attrezzate con nidi, porta mangime e acqua, ed erano stazionate all’interno dell’area di comando del campo.

L’utilizzo abbastanza poliedrico dei colombi continuò anche dopo il secondo conflitto mondiale, almeno sino agli inizi degli anni ‘60.

Scuola italiana e tedesca

Le scuole di pensiero sulle caratteristiche di rientro dei colombi viaggiatori sono in realtà complementari.

Lo studio di questa loro abilità prevede di distanziarli gradualmente dal nido, osservando il ritorno per fame o per ricongiungersi alla propria colombaia.

La scuola tedesca attribuisce ai colombi la capacità di orientarsi in base al magnetismo terrestre, mentre gli studi italiani svolti alla Torre colombiera presso la caserma Zignani di Roma supportano la teoria olfattiva.

Le stesse correnti d’aria sfruttate per il volo, trasportano anche molecole di odori presenti in partenza, offrendo al colombo la possibilità di elaborare il percorso di rientro.

In realtà i più recenti studi con microsensori GPS non hanno ancora chiarito come avvenga l’orientamento dei volatili, ma non ci dispiace affatto pensare che si tratti di una loro forma d’intelligenza.

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