Karl Unterkircher

“Siamo nati e un giorno moriremo. In mezzo c’è la vita. Il mistero del quale nessuno ha la chiave. Siamo nelle mani di Dio e se chiama dobbiamo andare. So che l’opinione pubblica non è del mio parere, se non dovessimo più ritornare sarebbero in tanti a dire: “Chi glielo ha fatto fare?” Una cosa è certa, chi non vive la montagna non lo saprà mai! La montagna chiama!”

Karl Unterkircher

Il passaggio di Karl Unterkircher nella storia dell’alpinismo è stato veloce e splendente come quello di una meteora. L’astro del ragazzo modesto e taciturno venuto dalla Val Gardena è sorto nel 2004, con una splendida e inedita doppietta: le vette dell’Everest e del K2, i suoi primi due 8000, salite (rigorosamente senza l’utilizzo di ossigeno supplementare) a distanza poco più di due mesi. La sua parabola alpinistica si conclude tragicamente sulla parete Rakhiot del Nanga Parbat, nel 2008.

Di mezzo ci sono quattro anni di intensissima attività. Quattro anni durante i quali Karl dona un nuovo respiro e nuovi sogni all’alpinismo italiano sulle montagne più alte del mondo, a volte semplicemente tentando e a volte realizzando imprese che meritano di essere ricordate per sempre per lo stile leggero e pulito con cui sono state intraprese e per gli obiettivi ambiziosi a cui si sono rivolte.PUBBLICITÀ

La vita

Karl Unterkircher nasce il 27 agosto del 1970 a Selva in Val Gardena, ultimo di tre fratelli. Pur provenendo da un territorio tradizionalmente vocato all’alpinismo durante tutta la sua infanzia e nella prima adolescenza la scalata resta lontana dai suoi interessi. Nessuno in famiglia pratica l’alpinismo e le esperienze di Karl si limitano a qualche escursione in compagnia del padre Erich.

Karl è comunque un ragazzino vivace e dinamico, che adora stare in mezzo alla natura e ama lo sport. Il suo sogno sarebbe quello di diventare giocatore di hockey su ghiaccio – un’attività molto praticata in valle – ma la madre, preoccupata dalla pericolosità di questo sport, dove il contatto fisico e gli infortuni sono tutt’altro che infrequenti, si oppone risolutamente alle sue aspirazioni. Lui allora ripiega sul calcio, dove mette subito in mostra le sue doti atletiche, nonché la straordinaria tenacia e la capacità di motivare sé stesso e i compagni, mantenendo la calma e il controllo anche nelle situazioni critiche, caratteristiche che si riveleranno preziose nella sua futura carriera alpinistica.

Si mostra portato anche per lo sci, ma più che per le gare in pista, la sua è una vocazione per la neve fresca, che lo porta da subito ad affrontare discese impegnative con una disinvoltura che pare avventatezza, ma è in realtà il risultato di un istinto e di una predisposizione innati.

Terminate le scuole medie frequenta per un anno la scuola d’arte per poi avviarsi alla professione di meccanico.

A 15 anni sperimenta finalmente la scalata, nella palestra di roccia attrezzata poco fuori dal paese di Selva. Il primo approccio è tutt’altro che entusiasmante: Karl non riesce praticamente a staccare i piedi da terra. Ma qui entra in gioco la sua implacabile testardaggine: durante tutta l’estate si allena duramente e ben presto è in grado di affrontare la sua prima via da primo di cordata: la Gluck alla Prima Torre del Sella.

Ci si potrebbe aspettare l’avvio di una carriera alpinistica fulminante, ma negli anni che seguono le scalate di Karl rimangono abbastanza saltuarie. Un po’ questo si deve probabilmente all’opposizione di sua madre, che non vuole che si esponga a tali pericoli, soprattutto dopo la perdita del figlio maggiore, Alex, scomparso prematuramente in un incidente stradale. Per lo stesso Karl quelli che seguono la morte del fratello sono anni molto duri, che pesano sul suo carattere introverso e riflessivo.

Il vero punto di svolta arriva con il servizio militare. Karl è arruolato nel IV Reggimento Alpini Paracadutisti Monte Cervino (ERRATA CORRIGE: Compagnia alpini Paracadutisti) dove diviene istruttore militare di alpinismo. La sua pacatezza, la sua capacità di gestire le situazioni critiche e di mettere a proprio agio chi scala con lui ne fanno un capocordata ideale e, probabilmente, lui stesso, finalmente dedito ad un’attività continuativa, si rende conto di tutte le proprie potenzialità.

Tornato dal servizio comincia a percorrere le vie più belle e impegnative dei gruppi dolomitici attorno a casa e ad inanellare anche salite di ghiaccio e misto, senza mai abbandonare la passione per lo sci estremo. Su roccia si rivela uno scalatore sopraffino, come dimostrano le oltre 30 prime salite che porta a termine fra le sue Dolomiti, spesso in cordata con altri alpinisti del prestigioso gruppo dei Catores, di cui entra a far parte. Sono quasi tutti itinerari con un forte carattere esplorativo, aperti in zone poco battute, di difficile accesso e sempre con l’esclusivo utilizzo di mezzi di protezione tradizionali.

Comincia ad espandere i propri orizzonti alpinistici anche oltre i confini d’Europa. Nel 1992 sale l’Aconcagua lungo la via normale, non è certo una scalata impegnativa, ma quell’ascensione al tetto del Sud America, che sfiora i 7000 metri di altitudine, è una prima conferma della sua predisposizione all’altissima quota. Negli anni successivi è più volte in Patagonia, dove sale la Via dei Californiani al Fitz Roy e le vie Whillans e Monzino alle Torri del Paine.

È in questo periodo che conosce Silke Perathoner, prima compagna di cordata e poi moglie, dalla quale avrà due figli: Alex e Miriam.

Dopo il servizio militare Karl si mantiene lavorando come scultore in legno, un’attività che gli consente di gestire al meglio il proprio tempo, per prepararsi a realizzare quella che è la sua vera aspirazione: diventare guida alpina. Dopo la delusione di una bocciatura dovuta a qualche incertezza sui nomi delle specie botaniche delle Dolomiti, nel 1998 riesce a passare gli esami finali e a conseguire finalmente il brevetto di guida.

Molto del suo tempo è dedicato anche all’attività di soccorso alpino, tanto da ricoprire per alcuni anni il ruolo di presidente dell’Aiut Alpin Dolomites.

All’inizio del 2004 arriva l’incontro con il mondo dell’alpinismo himalayano. Agostino Da Polenza, infatti, lo convoca con altri scalatori del gruppo dei Catores per partecipare al progetto Everest-K2-Cnr. Si tratta di una grande spedizione, che arruola diversi fra i più forti alpinisti italiani, e che viene organizzata in occasione dei 50 anni dalla conquista del K2. Il programma unisce la ricerca scientifica con l’alpinismo ad alto livello e prevede la scalata dell’Everest dal versante Nord e poi del K2, lungo il classico Sperone Abruzzi. In entrambe le salite gli scalatori sono coinvolti attivamente nei progetti scientifici. In particolare sull’Everest devono portare fino alla cima un georadar, con il quale misurare la profondità della calotta di ghiaccio sommitale.

A parte la già citata ascensione all’Aconcagua Karl non ha alcuna esperienza d’alta quota ma si rivela da subito incredibilmente predisposto. Non è solo una questione fisiologica. A quelle altitudini estreme la capacità di concentrazione e autocontrollo è determinante e può fare la differenza non solo fra il successo e il fallimento, ma anche fra la vita e la morte. La marcia in più di Karl forse è proprio quella: il suo pensiero riesce a rimanere sempre lucido e “affilato” anche quando la carenza di ossigeno ottunde i sensi. È capace di trovare dentro di sé un ritmo interiore imperturbabile, che lo mantiene in sintonia con la montagna. Nonostante sia un novellino in quell’ambiente fa parte del gruppo dei quattro italiani (con lui Alex Busca, Claudio Bastrentaz e Mario Merelli) e tre sherpa che il 24 maggio raggiunge la vetta, senza l’uso di ossigeno. Lassù lavorano per più di un’ora, manovrando il georadar per effettuare le misurazioni.

Poco più di due mesi dopo, alle 4,20 del pomeriggio del 26 luglio, Karl è di nuovo in cima al mondo. Questa volta è sulla vetta del K2, raggiunta dopo una faticosissima e rischiosa salita lungo lo Sperone Abruzzi, sempre rigorosamente senza l’utilizzo di ossigeno. Con lui Ugo Giacomelli, il veterano Silvio Mondinelli, gli alpinisti baschi del team de “Al filo de lo imposible” e due giovani compagni il cui destino si intreccerà di nuovo con il suo: Michele Compagnoni e Walter Nones. Con questa storica doppietta Karl si profila come astro nascente dell’himalaysmo italiano.

La conferma arriva l’anno successivo quando la leggenda dell’alpinismo Hans Kammerlander lo vuole come suo compagno nella spedizione allo Jasemba, una splendida cima di 7350 metri situata al confine fra Cina e Nepal. L’obiettivo è la vertiginosa parete Sud, ancora mai salita e che sembra offrire una scalata estremamente tecnica e impegnativa. Il tentativo non va a buon fine, ma di sicuro per il giovane Unterkircher quest’esperienza rappresenta un’ulteriore acquisizione di competenza e consapevolezza dei propri mezzi.

Ormai ha sufficiente confidenza con il mondo dell’alta quota per lanciarsi a capofitto in quell’alpinismo esplorativo e avventuroso che è sempre stato la sua massima spirazione. Nel 2006, con Gerold Moroder, Walter Nones e Simon Kehrer parte alla volta del Genyen, una cima di altezza modesta per gli standard himalayani (“solo” 6240 metri), ma praticamente inesplorata e situata nel Sichuan, una regione remota e difficilmente accessibile della Cina. I quattro salgono lungo l’elegante spigolo Nord fin quasi alla vetta. Si fermano pochi metri sotto, per rispetto alle credenze locali, e poi effettuano la discesa dall’inesplorato versante sud.

A maggio dell’anno successivo Karl torna allo Jasemba con Hans Kammerlander e questa volta, con con un raid di 20 ore consecutive di scalata, riesce finalmente a salire fino alla vetta lungo la parete sud. Il commento di Kammerlander dice tutto quel che c’è da dire sulle difficoltà incontrate: “Questa è una via molto bella ma davvero impegnativa, e anche molto, ma davvero molto pericolosa… la più difficile della mia carriera”.

Karl non fa quasi in tempo a rientrare a casa che già un altro sogno lo chiama, questa volta ancora più alto, più avventuroso e più esplorativo: la prima salita del Gasherbrum II dal versante Nord. A raccogliere la sfida con lui ci sono il valtellinese Michele Compagnoni e il Ragno di Lecco Daniele Bernasconi. Quella parete così remota e insidiosa sembra surclassare le speranze di un team così risicato, ma, incredibilmente, i tre procedono con velocità ed efficacia. Dopo aver salito e attrezzato i primi 1200 metri, caratterizzati da terreno roccioso dove il difficoltà arrivano fino al V grado, affrontano il balzo finale: altri 1000 metri su ripidi pendii di ghiaccio fino alla vetta (8035 m), raggiunta solo da Karl e Daniele Bernasconi. Compagnoni, infatti, sfiancato dalla salita, preferisce aggirare la cuspide sommitale e ritrovarsi con i compagni sul versante opposto, quello pakistano, da dove assieme affrontano la discesa.

Il magnifico e quasi inesplorato versante nord del Gasherbrum II sembra aver incantato Karl. Nel 2008 pianifica una nuova spedizione in zona, questa volta sul Gasherbrum I, con Walter Nones e Simon Kehrer. La autorità cinesi però non concedono i permessi e allora il gruppo decide per un altro obiettivo esplorativo: la complessa parete Rakhiot del Nanga Parbat. Proprio lì, il 15 luglio, mentre tutto procede per il meglio e gli alpinisti si trovano già a 7000 metri di quota, Karl cade improvvisamente in un crepaccio profondo quindici metri. Rimane probabilmente ucciso sul colpo a causa dei traumi subiti nell’impatto con le pareti ghiacciate. I compagni non possono fare altro che seppellirlo nella neve e proseguire la loro salita, per poi essere recuperati dalle squadre di soccorso inviate dall’Italia.

Le principali salite sulle Alpi e nel mondo

  • 22 maggio 1993, prima ascensione della via ‘L suredl” alla parete Nord dello Zirmei – con Christian Denicolò (300m VI+)
  • 21 giugno 1993, prima ascensione della via “Busc de Stevia” ala parete Sudest del Crep dla Porta – con Markus Kostner (400m VI-)
  • 9 luglio 1994, prima ascensione della via Speedycic alla parete Nordest della Torre Castiglioni nel Massiccio del Sassopiatto – con Gerold Moroder (480m VII-)
  • 1 agosto 1996, prima ascensione della via Nordwind al pilastro Sudovest della Torre Innerkofler – con Silke Perathoner (180m VI-)
  • Agosto 1997, prima ascensione della via Franz Runggaldier alla parete Nord della Parete Rossa di Broges – con Adam Holzknecht (220m VIII)
  • 3 agosto 1997, prima ascensione della via “Plan de cunfin” sul Pilastro Ovest del Sassopiatto – con Derri Pasquali (400m VI+)
  • 9 agosto 1997, prima ascensione della via “Apocalypse now” alla parete Nord del Pilastro Tschucky nel massiccio del Sassolungo – con Roberto Tasser (450m VI+)
  • 13 agosto 1997, prima ascensione della via Peas alla parete Nord della Torre Orientale delle Mëisules dala Biesces – con Derri Pasquali (200m VII-)
  • 14 agosto 1997, prima ascensione del pilastro Nord alla Quarta Torre del Sassopiatto – con Martin Planker (300m VII-)
  • 22 agosto 1997, prima ascensione dello “Spigolo cuecen” lungo lo spigolo Est della Punta Leone (Punta delle Cinque Dita) (250m VII-)
  • 31 agosto 1997, prima ascensione della via Titti alla parete Nordest della Prima Torre del Sassopiatto – con Hubert Moroder (300m VII-)
  • 16 settembre 1997, prima ascensione della “Via di ujins” alla parete Ovest delle Mëisules – con Reinhard Senoner (350m VI+)
  • 24 settembre 1997, prima ascensione della via “Mucé dar scur” alla parete Nord della Torre Innerkofler – con Reinhard Senoner (600m VII-)
  • 14 agosto 1998, prima ascensione della via “Vinzenz Malsiner” alla parete Sudovest dell’Anticima Nord del Campanile Wessely – con Hubert Moroder (350m VIII A0)
  • 27 giugno 2003, prima ascensione della via Cony alla parete Sud della Torre Innerkofler – con Adam Holzknecht (450m VII+)
  • 9 luglio 2003, prima ascensione del pilastro Sud dello Spallone del Sassolungo – con Hubert Moroder (400m VI)
  • 16 luglio 2003, prima ascensione della via Endurance alla parete Ovest del Col Duront – con Paolo Parissenti (350m VI+ A1)
  • 1 ottobre 2003, prima ascensione della “Via dla fenes” alla parete Nord del Piccolo Campanile del Sassopiatto – con Markus Kostner (400m VII+)
  • 24 maggio 2004, ascensione dell’Everest lungo la via classica del versante Nord
  • 26 luglio 2004, ascensione del K2 lungo la via dello Sperone Abruzzi
  • Agosto 2005, prima ascensione della via “Christian Kuntner” alla parete Ovest del Salame del Sassolungo – con Gerold Moroder (320m VIII-)
  • 18 novembre 2005, prima ascensione della via “La Flama” alla parete Sud del Mont de Seura – con Gerold Moroder (180m VII+ A0)
  • 27 ottobre 2005, prima ascensione della via “Dalonc tl suen” alla parete Sudest della Mescula in Vallunga – con Gerold Moroder (150m VIII)
  • 16 maggio 2006, prima ascensione assoluta del Genyen (6240 m), lungo lo spigolo Nord – con Walter Nones, Simon Kehrer e Gerold Moroder
  • 22 agosto 2006, prima ascensione della “Via Tres l eura dal sablon” alla parete Sudest del Piz da Lech – con Simon Kehrer (230m VI+)
  • 22 maggio 2007, prima ascensione della parete Sud dello Jasemba (7350 m) – con Hans Kammerlander
  • 20 luglio 2007, prima ascensione del versante Nord del Gasherbrum II (8035 m) – con Daniele Bernasconi e Michele Compagnoni
  • 5 settembre 2007, prima ascensione della via Pisciadoi alla parete Ovest del Sas Pordoi – con Gerold Moroder (700m VI+)

Curiosità

Dopo la scomparsa di Karl la famiglia e gli amici decidono di dedicare un premio alpinistico alla sua memoria. Nasce così il Karl Unterkircher Award, riconoscimento che le Guide Alpine Val Gardena e il Gruppo Catores attribuiscono ogni due anni ad alpinisti o gruppi che si siano distinti la loro attività sulle montagne più remote e difficili.

Libri

  • L’ultimo abbraccio della montagna, Silke Unterkircher e Cristina Marrone, Rizzoli Editore, 2009
  • È la montagna che chiama – La tragedia del Nanga Parbat nel racconto dei sopravvissuti Simon Kehrer e Walter Nones, Arnoldo Mondadori Editore, 2009

Film

“Karl” – Un omaggio a Karl Unterkircher, il grande alpinista gardenese, Valeria Allevi, Italia, 2010

“Non so dire cosa cercasse lassù. La passione per l’alpinismo di Karl era semplice, ingenua. A volte mi sembrava come un bambino, completamente preso dal suo gioco, con quell’allegria leggera che i bambini hanno dentro quando qualcosa piace loro particolarmente”.

Silke Unterkircher

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