Gen. M.O.V.M. Enrico Reginato

Il 16 aprile 1990 moriva il Gen. M.O.V.M. Enrico Reginato , già ufficale medico del btg. Alp. Sciatori “Monte Cervino “, primo reparto del Corpo d’Armata Alpino inviato in Russia. Nel corso di quella campagna, venne catturato e tenuto prigioniero in vari lager sovietici, sino al febbraio 1954, 9 anni dal termine della guerra. Per tutto quel tempo, la sua eccezionale carica di umanità – sebbene sottoposta ad angherie, punizioni e processi per la fede patriottica con cui si opponeva ai forzati indottrinamenti comunisti – si prodigò sino all’estremo per alleviare le sofferenze degli altri prigionieri costretti a condizioni di sopravvivenza e di morte aberranti.Di seguito, un brano del suo libro“12 anni di prigionia nell’URSS” : ”…. Krinovaja è un grosso centro a est del Don: vi passa la ferrovia. Ai margini dell’abitato sorge un gruppo di fabbricati in muratura, circondati da reticolati : antiche scuderie. Dentro questo recinto sono ammassati i superstiti. In quel tragico luogo entrarono trentamila uomini di tutte le nazionalità. Solo tremila, dopo venticinque giorni, uscirono ancora vivi, e in questi pochi giorni il dolore toccò il vertice dell’inumano.I prigionieri furono ammucchiati nelle varie stalle che erano gremite sino all’inverosimile, l’acre odore della cancrena ristagnava ovunque; la fame distruggeva i corpi, la dissenteria completava l’opera di disfacimento di esseri umani martoriati da fame e sete e da parassiti che brulicavano nelle barbe incolte, sotto le vesti sudice e lacere.Un buio tragico e ossessionante scendeva su questi orrori sin dalle prime ombre della sera, interrotto ogni tanto da torce agitate da figure umane urlanti che prelevavano uomini al lavoro; poi tornava un cupo silenzio di morte interrotto da grida di dolore, da gemiti, da invocazioni pronunciate nelle più diverse lingue, da preghiere elevate al cielo ad alta voce da qualche cappellano.Uomini furono visti diventare, per fame, feroci come lupi. Alle prime distribuzioni di cibo, come colti da improvvisa follia, spettri umani si levavano e si precipitavano urlando, schiacciandosi, uccidendosi, rovesciando a terra ogni cosa, buttandosi al suolo per succhiare il fango impastato col cibo sparso.Guardiani armati di spranghe di ferro dovevano fare scorta al pane per difenderlo da branchi di uomini in agguato che si avventavano per impossessarsene. Speculatori, in cambio del pane rubato, raccoglievano oggetti d’ oro e falsi medici vendevano false polverine contro la diarrea in cambio di anelli ed altri preziosi.Al centro del cortile si apriva un pozzo profondo. Là dentro, unendo cinghie di pantaloni e stracci di abiti, si calavano barattoli per attingere l’acqua. Gli assetati facevano ressa attorno al pozzo e nel tumulto qualcuno dentro e vi annegava. Con una pertica si spostavano i cadaveri e si continuava ad attingere.Poi cominciò a profilarsi e ad estendersi una aberrazione ancora più mostruosa: la necrofagia; ma neppure chi si nutriva di quel macabro cibo si salvava dalla dissenteria e dalla morte.Pareva che l’umanità avesse fatto d’un tratto un passo all’indietro verso i primordi: civiltà, principi morali, religiosi, sentimenti di carità e di fratellanza sembrava fossero scomparsi per lasciare posto alla brutale violenza di un raffiorare primordiale spirito di conservazione.Quando tutti ebbero la sensazione di essere condannati dai sovietici a una crudele agonia, fu presa una risoluzione estrema. Il colonnello degli alpini Scrimin ebbe l’incarico di chiedere al comando russo un pietoso intervento : la fucilazione per tutti. I sovietici trovarono inopportuna la richiesta e consigliarono di attendere….”

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